Lotta all’evasione: questa sconosciuta. Consuntivo Comune di Castellaneta – parte II

Immagine nuovaSi è detto nel precedente intervento che, a fronte di un avanzo formale e apparente di 5 milioni e 264 mila euro, i conti effettivi del Comune presentano un vuoto di cassa di 13 milioni e 986 mila euro (dato ottenuto conteggiando il fondo cassa di inizio d’anno, le riscossioni, i pagamenti e i debiti ancora da pagare, i cosiddetti residui passivi, pari a circa 17 milioni di euro).

L’avanzo presentato nel consuntivo è il risultato quindi dell’effetto speciale dovuto all’inserimento tra le entrate dei cosiddetti residui attivi (somme che il Comune conta di incassare, superiori ai 19 milioni di euro).

Eppure finora di tutta la massa dei residui attivi (di parte corrente) il Comune è riuscito a incassare solo una piccola parte: appena il 17,5%.

Conseguentemente l’82% si è persa, evaporata e volatilizzata.

Ecco spiegato quindi l’allarme lanciato dai revisori dei conti, che nella loro relazione al consuntivo evidenziano il rischio nel breve e medio periodo del “collasso finanziario” del Comune.

E veniamo alla famigerata ‘lotta all’evasione’. Quanto ha incassato il Comune nel 2013 su questo versante?

Per quanto concerne l’evasione ICI-IMU, a fronte dei previsti 6 milioni e 66 mila euro, sono stati riscossi ZERO EURO. Per recupero evasione la tassa raccolta rifiuti solidi urbani, in rapporto all’incasso previsto di 27 mila euro sono stati incassati effettivamente ZERO euro. Altrettanto dicasi per altri tributi: dei previsti 20 mila euro risultano incassati ZERO euro. In totale quindi su questo versante, a fronte di un incasso previsto di 2 milioni e 362 mila euro, il Comune ha incassato ZERO euro.

E che dire poi della riscossione coattiva, ossia delle azioni concrete per recuperare le somme accertate?

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Si consideri che solo in materia di ICI risultano da recuperare oltre 6 milioni di euro; ma anche in questo caso non se n’è fatto niente.

Leonardo Rubino

COLLASSO FINANZIARIO DEL COMUNE? Rischio a breve-medio termine a Castellaneta

Immagine nuovaIl rendiconto 2013 riporta un avanzo di oltre 5 milioni e 264 mila euro. Ciò nonostante secondo i revisori dei conti c’è il rischio, nel breve-medio periodo, del collasso finanziario del Comune.

Come mai questa apparente e inspiegabile contraddizione?

E’ presto detto. Quello che viene presentato come “avanzo” rappresenta in effetti un elemento contabile di natura puramente formale.

La sostanza è ben altra. L’avanzo di cinque milioni di euro rappresenta esclusivamente un ‘effetto speciale’, ottenuto considerando come se fossero entrate certe ben 19 milioni di euro derivanti da residui attivi, ossia somme in gran parte di dubbio introito (infatti finora le riscossioni effettive derivanti da residui attivi correnti sono state appena del 17,5%).

Se facciamo dei conteggi attendibili sulla base di dati certi la situazione reale è la seguente.

Il fondo cassa di inizio esercizio era di poco superiore a 3 milioni di euro; aggiungendo a esso il totale delle riscossioni (17 milioni e 649 mila euro) e sottraendo il totale dei pagamenti effettuati (17 milioni e 699 mila euro) si ottiene un totale provvisorio (quale fondo cassa di fine esercizio) di 3 milioni e 7 mila euro.

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Ma i conti non possono ritenersi chiusi a questo punto: occorre infatti considerare i debiti certi, liquidi ed esigibili che il Comune ha da pagare ai creditori: si tratta dei cosiddetti ‘residui passivi’, ossia somme impegnate dall’amministrazione ma ancora non pagate. A fine 2013 assommano a 16 milioni e 993 mila euro.

Come fa fronte il Comune a questo vuoto di cassa di 14 milioni di euro? Inserendo nella parte entrate i cosiddetti ‘residui attivi’ (pari a 19 milioni e 250 mila euro).Quindi, considerando i debiti (i residui passivi) che il Comune deve in ogni caso pagare, il risultato effettivo di esercizio è il seguente: disavanzo di quasi 14 milioni di euro (esattamente 13 milioni e 986 mila euro).

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Ma quanto ha effettivamente incassato finora il Comune dai residui attivi? Come già detto, se si considerano i residui attivi della parte corrente (i primi tre titoli delle entrate), si rileva che nel 2013 il Comune ha incassato appena il 17,5%. Ben l’82,5% quindi è finora evaporato, volatilizzato.

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Puntare ai residui attivi equivale, pertanto, a ‘scrivere sul ghiaccio’: la parte da considerare di plausibile acquisibilità non arriva neppure al 20%.

Conti alla mano, quindi, solo meno di un quinto dei residui attivi si è finora trasformato in effettive riscossioni in favore del Comune.

Leonardo Rubino

La ricerca del premio di maggioranza. Dal Porcellum all’Italicum / 3

porcNell’argomentare l’accoglimento del ricorso avverso il ‘Porcellum’, la Corte di Cassazione sottolinea le incongruenze del meccanismo premiale. Per esempio – osserva – l’obiettivo di garantirsi l’attribuzione del premio di maggioranza incentiva “il raggiungimento di accordi tra le liste al solo fine di accedere al premio, senza scongiurare il rischio che, anche immediatamente dopo le elezioni, la coalizione beneficiaria del premio possa sciogliersi o uno o più partiti che ne facevano parte escano dalla stessa”.

Senza dimenticare che “tale modalità di attribuzione del premio di maggioranza stabilita dalle … disposizioni” censurate compromette “l’uguaglianza del voto e cioè la parità di condizione dei cittadini nel momento in cui il voto viene espresso, in violazione dell’art. 48, secondo comma, Cost. La distorsione che ne risulta” non costituisce, infatti, “un mero inconveniente di fatto”, ma diviene “il risultato di un meccanismo irrazionale normativamente programmato per determinare tale esito”.

La Corte costituzionale, da parte sua, sottolinea anzitutto che “il meccanismo premiale è foriero di una eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa” con “una distorsione fra voti espressi e attribuzione di seggi che, pur essendo presente in qualsiasi sistema elettorale, nella specie assume una misura tale da comprometterne la compatibilità con il principio di eguaglianza del voto”.

Infatti “le disposizioni censurate non si limitano … ad introdurre un correttivo (ulteriore rispetto a quello già costituito dalla previsione di soglie di sbarramento all’accesso) … ma rovesciano la ratio della formula (proporzionale) prescelta …, che è quella di assicurare la rappresentatività dell’assemblea parlamentare. In tal modo dette norme producono una eccessiva divaricazione tra la composizione dell’organo della rappresentanza politica, che è al centro del sistema di democrazia rappresentativa e della forma di governo parlamentare prefigurati dalla Costituzione, e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto, che costituisce il principale strumento di manifestazione della sovranità popolare, secondo l’art. 1, secondo comma, Cost.”.

Le stesse disposizioni “consentono una illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principi costituzionali in base ai quali le assemblee parlamentari sono sedi esclusive della ‘rappresentanza politica nazionale’ (art. 67 Cost.), si fondano sull’espressione del voto e quindi della sovranità popolare, ed in virtù di ciò ad esse sono affidate funzioni fondamentali, dotate di una ‘caratterizzazione tipica ed infungibile’ … fra le quali vi sono, accanto a quelle di indirizzo e controllo del governo, anche le delicate funzioni connesse alla stessa garanzia della Costituzione (art. 138 Cost.)”.

Ancora: “detta disciplina … determina una compressione della funzione rappresentativa dell’assemblea, nonché dell’eguale diritto di voto, eccessiva e tale da produrre un’alterazione profonda della composizione della rappresentanza democratica, sulla quale si fonda l’intera architettura dell’ordinamento costituzionale vigente”.

Leonardo Rubino

Corriere del Giorno, 9 febbraio 2014

L’irragionevolezza del premio di maggioranza. Dal Porcellum all’Italicum / 2

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Nell’intervento precedente abbiamo visto che la battaglia contro la riforma della legge elettorale del 2005 (“Porcellum”, dal nome dato dal suo stesso presentatore, l’on. leghista Roberto Calderoni) è avviata da un cittadino-elettore.

Diversamente dalla soccombenza nel primo e secondo grado di giudizio (Tribunale e Corte di Appello), in Cassazione le cose vanno in modo completamente diverso: la Suprema Corte, infatti, dapprima riconosce la legittimazione del ricorrente a presentare il ricorso, successivamente sgombra il terreno da una serie di altre questioni preliminari ostative alla pronuncia, arrivando all’esame del merito.

La prima obiezione di costituzionalità riguarda l’attribuzione del cosiddetto ‘premio di maggioranza’ alla Camera dei Deputati: la Cassazione statuisce che le disposizioni impugnate, “non subordinando l’attribuzione del premio di maggioranza al raggiungimento di una soglia minima di voti”, trasformano “una maggioranza relativa di voti (potenzialmente anche molto modesta) in una maggioranza di seggi che” determinano “irragionevolmente una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica”.

Analoghe censure sono poi rivolte alle norme inerenti l’elezione del Senato: infatti “l’ufficio elettorale regionale assegna alla coalizione di liste o alla singola lista che abbia ottenuto il maggior numero di voti un numero di seggi ulteriore necessario per raggiungere il 55 per cento dei seggi assegnati alla regione”.

La distribuzione di un premio di maggioranza diverso per singola regione determina una sommatoria casuale dei premi regionali, suscettibili di elidersi tra loro con possibilità di “rovesciare il risultato ottenuto dalle liste o coalizione di liste su base nazionale, favorendo la formazione di maggioranze parlamentari non coincidenti, pur in presenza di una distribuzione del voto sostanzialmente omogenea tra i due rami del Parlamento e compromettendo sia il funzionamento della forma di governo parlamentare, nella quale il Governo deve avere la fiducia delle due Camere …, sia l’esercizio della funzione legislativa”.

Inoltre, “posto che l’entità del premio, in favore della lista o coalizione che ha ottenuto più voti, varia da regione a regione ed è maggiore nelle regioni più grandi e popolose, il peso del voto (che dovrebbe essere uguale e contare allo stesso modo ai fini della traduzione in seggi)” diviene “diverso a seconda della collocazione geografica dei cittadini elettori”.

Quanto poi all’impossibilità per gli elettori di scegliere il candidato da votare (scomparsa del voto di preferenza), si argomenta che tale scelta contrasta con il carattere ‘diretto’ e personale del voto e viola il principio della libertà di scelta dell’elettore. Un siffatto sistema configura quindi un voto indiretto, consentendo ai partiti di sostituirsi al corpo elettorale, impedendo l’attribuzione agli eletti di un mandato conferito direttamente dagli elettori.

Leonardo Rubino

Corriere del Giorno’, domenica 2 febbraio 2014

Dal Porcellum all’Italicum / 1

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La riforma della legge elettorale è entrata prepotentemente nell’agenda politico-parlamentare nazionale. La spinta propulsiva è stata innescata dalla dichiarazione di incostituzionalità del cosiddetto “Porcellum” (sentenza Corte cost. n. 1 del 2014).

Avviamo con questo intervento un’analisi dei punti fondamentali della sentenza dell’Alta Corte. Successivamente esamineremo gli aspetti salienti dal progetto di riforma ora all’esame parlamentare.

L’iniziativa avviata da un cittadino-elettore

Le pronunce della Corte costituzionale sono originate da iniziative di giudici (collegi giudicanti) che sottopongono questioni insorte nel corso di giudizi (a iniziativa delle varie parti processuali); un’altra ipotesi di intervento è data da conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato o da azioni avviate dal Governo o dalle Regioni in merito a leggi (e atti aventi forza di legge) adottate a livello statale o regionale.

Nel caso in esame il giudizio è originato da un elettore che, rivolgendosi dapprima al Tribunale di Milano e poi alla Corte di Appello della città meneghina, chiede che sia “accertato che il suo diritto di voto non (ha) potuto … essere esercitato in coerenza con i principi costituzionali”.

Il ricorrente avv. Bozzi (nipote dell’illustre esponente del Partito Liberale Italiano, già Presidente della Commissione bicamerale per la riforme istituzionali istituita dal Parlamento negli anni ’80 del Novecento) sostiene che la riforma della legge elettorale per l’elezione della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, varata con la legge n. 270 del 21 dicembre 2005 (votata da Forza Italia, Alleanza Nazionale e Unione Di Centro sul finire della XIV legislatura, poco prima delle elezioni del 2006) va in senso contrario ai principi costituzionali del “voto personale ed eguale, libero e segreto” (art. 48, secondo comma, Cost.) e del “suffragio universale e diretto” (art. 56, I comma e 58, I comma, Cost.)

Il ricorso viene bocciato in primo grado dal Tribunale e in secondo grado dalla Corte di Appello di Milano. Avverso queste decisioni contrarie il ricorrente propone ricorso per Cassazione.

Esaminato il ricorso, la Suprema Corte riconosce in via preliminare la legittimità dell’iniziativa del ricorrente, ravvisandovi la sussistenza dell’interesse ad agire. In merito alla rilevanza delle questioni di legittimità costituzionale proposte, la Corte di Cassazione ne riconosce la fondatezza. La Corte specifica poi che, pur esulando la materia elettorale dal dettato costituzionale, nulla “autorizza a ritenere che la relativa disciplina non debba essere coerente con i conferenti principi sanciti dalla Costituzione ed in specie con il principio di uguaglianza inteso come principio di ragionevolezza, di cui all’art. 3 Cost, con il vincolo del voto personale, eguale, libero e segreto …”.

La contestazione circa la legittimità costituzionale non riguarda poi tutta la legge nel suo complesso, ma solo alcune parti; pertanto non vi è il rischio che un’eventuale bocciatura crei un vuoto legislativo tale da “compromettere la permanente idoneità del sistema elettorale a garantire il rinnovo degli organi costituzionali”.

Leonardo Rubino

Corriere del Giorno, 30 gennaio 2014

Finanziamento pubblico ai partiti: V – La grande abbuffata a spese dei contribuenti. Politica / casta, costi & posti – 19.

kingNegli ultimi mesi del 2005 il (primo) quinquennio di Governo Berlusconi-Bossi-Fini-Casini volge mestamente al termine e nei sondaggi il centro-sinistra risulta (non per propri meriti) nettamente in vantaggio. Il centro-destra delinea e mette in pratica una strategia di avvelenamento dei pozzi, volta a minare il terreno di gioco della partita successiva.

Dapprima partorisce la legge elettorale “Porcellum” (legge n. 270 del 21 dicembre 2006, definita una “porcata” dal suo stesso presentatore, il leghista Calderoli, e approvata con il voto favorevole di Forza Italia, Alleanza Nazionale e Unione Democratici di Centro), volta a rendere difficoltosa la governabilità dopo le previste elezioni della primavera 2006.

Portata a termine la prima parte della ‘mission’, si tratta di passare alla seconda parte della sceneggiatura: è ora di sconquassare menti ed etica e riempire le tasche dei partiti (tutti) per tacitarli e sommergerli letteralmente di tanti di quei soldi da annichilirli sotto una montagna di denaro.

Approfittando della corsia preferenziale accordata alla decretazione d’urgenza, nella conversione di un decreto-legge vengono surrettiziamente inseriti alcuni emendamenti che dilatano l’elargizione dei fondi pubblici ai partiti.

Nel corso dell’esame parlamentare del decreto-legge n. 273 del 30 dicembre 2005 (“definizione e proroga di termini”, nonché “proroga di termini relativi all’esercizio di deleghe legislative”) vengono intrufolate di soppiatto alcune norme “intruse”, introdotte con la tecnica dei “titoli muti” o “mascherati” (il titolo dell’articolo non esplicita l’oggetto delle norme contenute al suo interno, ma si limita a citare una serie di articoli, commi, numeri e date).

All’interno di un corpo legislativo estraneo (contenente proroghe varie di termini previsti da precedenti norme), si introduce l’art. 39-quaterdecies, avente a oggetto “modifiche alle leggi 18 novembre 1981 n. 659, 3 giugno 1999 n. 157 e 2 maggio 1974 n. 195”.

Rendendo opaco e incomprensibile quanto si va sotterraneamente approvando, si mette mano alla modifica di diverse leggi che hanno in comune … il finanziamento pubblico dei partiti: la legge n. 195 del 1974 è la prima legge che ha introdotto il finanziamento pubblico di partiti e movimenti, mentre la n. 157 del 1999 aveva istituito i cinque distinti fondi per i rimborsi elettorali, aggirando così l’esito referendario che aveva plebiscitariamente bocciato il finanziamento pubblico ai partiti.

Pertanto, mentre con la legge n. 156 del 26 luglio 2002 si era moltiplicato l’ammontare degli importi da corrispondere ai partiti, legandoli però alla durata della legislatura (40% per il primo anno e 15% per ogni anno di durata della legislatura), con l’art. 39-quaterdecies della legge n. 51 del 23 febbraio 2006 si stabilisce che l’ammontare (quinquennale) dei soldi viene erogato in ogni caso, a prescindere dalla durata della legislatura (la XV dura appena 732 giorni, ma il rimborso è erogato per cinque anni).

Leonardo Rubino

continua

ANONIMO AMERICANO

E’ un racconto anonimo ambientato nella metro di New York apparso su “Craigslist”, sezione Missed Connections di Brooklyn che accoglie i “post-it” di persone timide che spopola con il passaparola online. Dall’Atlantic al Washington Post in molti lo hanno celebrato come esempio di “vera letteratura”. Questa è la versione italiana secondo la traduzione di Anna Bissanti, pubblicata oggi da “La Repubblica”.

ANONIMOTi ho vista sul treno della linea Q di Brooklyn diretto a Manhattan. Io indossavo una maglietta a righe blu e un paio di pantaloni marrone rossiccio. Tu indossavi una gonna vintage rossa e un’elegante camicetta bianca. Entrambi portavamo gli occhiali. Immagino che li portiamo ancora adesso. Tu sei salita a DeKalb, ti sei seduta di fronte a me e ci siamo guardati negli occhi, per poco tempo. Mi sono innamorato un po’ di te, in quel modo stupido di quando immagini una persona diversa da quella che stai guardando. E ti innamori di lei. Tuttavia, credo ancora che in fondo ci fosse davvero qualcosa.

Ci siamo guardati parecchie volte. Poi abbiamo distolto entrambi lo sguardo. Ho provato a immaginare qualcosa da dirti — forse fare finta di non sapere dove eravamo diretti e chiederti indicazioni, oppure dire qualcosa di carino sui tuoi orecchini a forma di stivale, o semplicemente «che caldo!». Ma mi sembrava così banale.

A un certo punto ti ho sorpreso mentre mi osservavi. E tu hai distolto immediatamente lo sguardo. Hai tirato fuori un libro dalla borsa e hai iniziato a leggerlo — una biografia di Lyndon Johnson —, ma mi sono accorto che non hai girato pagina neppure una volta. Dovevo scendere a Union Square, ma a Union Square ho deciso di restare a bordo. Ho pensato che avrei potuto prendere la Linea 7 scendendo alla 42esima Strada, ma poi non sono sceso neppure alla 42esima. Anche tu devi aver saltato la tua fermata, perché siamo finiti entrambi al capolinea di Ditmars. Qui siamo

rimasti seduti, tutti e due, in attesa. Ho inclinato la testa verso di te con curiosità. Tu ti sei stretta nelle spalle e hai tenuto in mano il libro, come se il motivo fosse quello. Ma non ho detto niente.

Abbiamo ricominciato il tragitto all’incontrario — giù lungo Astoria, attraverso l’East River, spostandoci attraverso Midtown, da Times Square a Herald Square a Union Square, passando sotto SoHo e Chinatown, transitando sul ponte e tornando a Brooklyn, superando Barclays e Prospect Park, e ancora Flatbush e Midwood e Sheepshead Bay, fino in fondo a Coney Island. E arrivati a Coney Island, sapevo che dovevo dire qualcosa. Ma non ho detto niente.

Così siamo ripartiti di nuovo. Abbiamo fatto su e giù lungo la linea Q, tante tante volte. C’era folla nell’ora di punta, poi non più. Abbiamo visto il sole tramontare su Manhattan mentre attraversavamo l’East River. Mi sono dato delle scadenze: adesso le parlo prima di arrivare a Newkirk; anzi, no, prima di Canal. Invece sono rimasto zitto.

Per mesi siamo rimasti seduti nel vagone, senza dirci niente. Siamo sopravvissuti grazie a sacchetti di caramelle Skittles venduteci da alcuni ragazzini per finanziare le loro squadre di basket. Forse in treno abbiamo ascoltato un milione di musicisti di mariachi, e per poco non siamo stati presi a calci in faccia da centinaia di migliaia di ballerini di break dance. Ho fatto l’elemosina fino a restare senza banconote da un dollaro. Quando il treno risaliva in superficie ricevevo sms e messaggi vocali («Dove sei? Che cosa ti è successo?

Stai bene?»), fino a quando la batteria del mio cellulare si è spenta. Le parlerò prima dell’alba. Le parlerò prima di martedì. Più aspettavo, più diventava difficile. Che cosa avrei mai potuto dirti a quel punto, mentre superavamo quella stazione per la centesima volta? Forse, se fossimo ritornati alla prima volta in cui la linea Q aveva cambiato tragitto sulla linea locale R del weekend, avrei potuto dire: «Così non va bene ». Ma ormai non potevo più dirlo, vero? Mi prenderei a calci da solo per giorni interi se penso a quante volte hai starnutito: perché non ti ho detto: «Salute!»? Quella semplice parolina sarebbe stata sufficiente a farci immergere in una conversazione. E invece siamo rimasti seduti in quell’insulso silenzio.

Ci sono state serate in cui eravamo le uniche due anime a bordo di quella carrozza, forse di tutto il treno, e anche in quel caso mi sono imbarazzato all’idea di disturbarti. Sta leggendo il suo libro, pensavo, non vuole comunicare con me. Tuttavia, ci sono stati momenti in cui ho avvertito un legame. È capitato che qualcuno gridasse qualcosa di folle su Gesù e noi ci siamo subito guardati, come per registrare le reazioni dell’altro. Una coppia di adolescenti è scesa, tenendosi per mano, ed entrambi probabilmente abbiamo pensato: L’Amore dei Giovani.

Per sessant’anni siamo rimasti seduti su quella carrozza, fingendo a malapena di non notarci a vicenda. Alla fine ti ho conosciuta così bene, seppur superficialmente. Ho memorizzato le pieghe del tuo corpo, i contorni del tuo volto, il tuo respiro. Una volta ti ho visto piangere, dopo aver dato un’occhiata al giornale di un vicino. Mi sono chiesto se tu stessi piangendo per qualcosa di specifico o soltanto per il passare del tempo in genere, impercettibile e all’improvviso percettibile. Volevo darti conforto, avvolgerti nelle mie braccia, rassicurarti, dirti che sarebbe andato tutto bene, ma mi sembrava troppo sfacciato. E così sono rimasto incollato al mio posto.

Un giorno, a metà pomeriggio, ti sei alzata mentre il treno entrava nella stazione di Queensboro Plaza. Il solo alzarti in piedi ti è risultato difficile. Non lo facevi da sessant’anni.

Reggendoti ai corrimano, sei riuscita ad arrivare fino alla porta. Hai esitato un po’, forse aspettando che io ti dicessi qualcosa, dandomi un’ultima possibilità di fermarti. Ma, invece di liberare le mie pseudo-conversazioni soffocate per una vita intera, sono rimasto in silenzio. E ti ho visto scivolare via tra le porte scorrevoli.

Solo dopo alcune fermate mi sono reso conto che te ne eri andata davvero. Ho aspettato che tu risalissi in metro, per sederti accanto a me e appoggiare la testa sulla mia spalla. Senza dire nulla. Non era necessario.

Quando il treno è tornato a Queensboro Plaza, mi sono sporto. Forse eri lì, in banchina, ancora in attesa.

Forse ti avrei visto, sorridente e radiosa, con i lunghi capelli grigi agitati dal vento del treno in arrivo.

Invece no. Eri andata via. E allora ho capito che molto probabilmente non ti avrei più rivista. E ho pensato a quanto è incredibile poter conoscere qualcuno per sessant’anni e malgrado ciò non conoscere per niente quella persona.

Sono rimasto a bordo finché non sono arrivato a Union Square. Sono sceso e ho preso la linea L.

Traduzione di Anna Bissanti

Finanziamento pubblico ai partiti: IV – La moltiplicazione dei fondi e dei soldi. Politica / casta, costi & posti – 18.

soldi8Dunque la volta scorsa abbiamo evidenziato che con una nuova normativa approvata il 1999 (la n. 157 del 3 giugno) il finanziamento ai partiti con fondi pubblici prende cinque diverse diramazioni, presentandosi come multiforme rimborso elettorale per Camera, Senato, Parlamento europeo, Consigli regionali e per i comitati promotori di referendum.

In pratica, mentre con la legge del 1993 il rimborso complessivo previsto era di poco al di sotto di 47 milioni di euro (83 cent. per abitante), con la nuova normativa è calcolato in misura pari a due euro e 7 cent. moltiplicato per il numero degli elettori iscritti nelle liste elettorali di Camera, Senato e Consigli regionali e di un euro e 76 centesimi per il Parlamento europeo.

E’ introdotto anche un rimborso per i promotori di referendum ammessi dalla Corte costituzionale (un euro per ogni firma valida sino alla concorrenza della cifra minima necessaria – 500 mila firme – per la validità della richiesta e fino al limite massimo di circa 2 milioni e 600 mila euro).

Per tutti i fondi complessivamente si perviene a un’uscita per le casse pubbliche stimabile in oltre 300 milioni di euro in cinque anni (il 40% è erogato il primo anno, mentre per ogni anno successivo l’erogazione è pari al 15%). Va sottolineato (ai fini delle successive devastanti modifiche) che questa legge prevede che, in caso di scioglimento anticipato dell’organo cui il fondo fa riferimento, il finanziamento si interrompe conseguentemente.

E veniamo al terzo millennio. Nella primavera 2001, a seguito delle elezioni politiche, s’insedia il Governo Berlusconi-Bossi.

Nel luglio 2002 con voto favorevole trasversale destra-sinistra-centro e voto contrario dei verdi è approvata la legge n. 156 del 26 luglio 2002.

Questa legge realizza una sorte di restyling delle vecchie disposizioni, introducendovi apparentemente solo piccole modifiche e integrazioni. Attraverso la sostituzione di alcune parole e la cancellazione di altre, si produce un effetto devastante sulle norme precedentemente in vigore e una moltiplicazione spettacolare dei fondi intascati da partiti e movimenti.

Infatti prima i fondi erano rapportati all’intera legislatura e l’ammontare delle risorse valeva per cinque anni. Ora si specifica che quei fondi non sono più riferiti a cinque anni, ma “per ciascun anno di legislatura”. Si modifica poi l’importo da moltiplicare in rapporto agli iscritti nelle liste elettorali. In pratica si realizza d’un botto un aumento di fondi pari al 250%.

Ancora: mentre in precedenza per accedere al rimborso era prevista una soglia minima di voti pari al 5% per il Senato e il 3-4% per la Camera (rispettivamente per la quota proporzionale e per i collegi uninominali), ora diventa sufficiente aver ottenuto “l’1% dei voti validamente espressi su scala nazionale”. Vengono infine più che raddoppiati i limiti di spesa previsti per le spese elettorali di partiti, liste e candidati

Leonardo Rubino

continua

Finanziamento pubblico ai partiti: III – Passata è la tempesta, i partiti fan festa. Politica / casta, costi & posti – 17.

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Nella seconda puntata, nel riepilogare brevemente le vicende del finanziamento pubblico ai partiti subito dopo l’esplosione ne 1992 del ciclone “Tangentopoli”, avevamo dato conto dell’esito plebiscitario del referendum abrogativo del 1993: in tale occasione oltre il 90% dei votanti aveva votato per l’abrogazione della legge sul finanziamento pubblico a partiti e movimenti.

Nell’accennare poi alla sostanziale reintroduzione nel 1997 delle erogazioni pubbliche ai partiti, abbiamo tralasciato un dettaglio di non poco conto.

Abbiamo accennato che è pur vero che, a seguito del referendum dell’aprile 1993 il suddetto finanziamento era stato abrogato a ‘furor di popolo’ (90,3 % di sì alla cancellazione della legge), ma neanche il tempo di pubblicare sulla gazzetta ufficiale il decreto di proclamazione del risultato referendario abrogativo, che nel dicembre 1993 una nuova legge (la n. 515 del 10 dicembre) rifinanzia in modo consistente i due fondi finalizzati al rimborso elettorale per il rinnovo di Camera e Senato (previsti dalla legge ‘Piccoli’ del 1974 in misura pari a 14 cent. per abitante).

La nuova legge incrementa il rimborso a circa 83 centesimi di euro per abitante (con un aumento pari a oltre il 500%): si tratta complessivamente di circa 47 milioni di euro (somma incassata dapprima in occasione delle elezioni politiche del 27 marzo 1994 e poi con le nuove elezioni tenute il 21 aprile 1996).

E siamo, come già anticipato nel secondo intervento, al 1997, allorquando la legge n. 2 del 2 gennaio 1997 introduce la “contribuzione volontaria (dei cittadini-contribuenti) ai movimenti o partiti politici”, attraverso la destinazione del quattro per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche. Abbiamo già sottolineato che, in attesa di conoscere le scelte effettive dei contribuenti, i partiti si staccano un assegno con un’anticipazione per il 1997 pari a circa 83 milioni di euro. Altri 57 milioni di euro si aggiungono per il 1998.

In realtà si tratta, ancora una volta, di un contributo ‘a fondo perduto’ (mai espressione fu più calzante), dato che i contribuenti non avevano destinato granchè ai partiti attraverso il meccanismo del quattro per mille.

La legge prevede anche una soglia minima di voti per accedere ai rimborsi: 5% per il Senato, 4% per i collegi uninominali della Camera e 3% per il proporzionale Camera. Sono fissati inoltre limiti massimi di spesa.

Come già rilevato, il nuovo assalto tentato alla norma dai radicali stavolta va a vuoto, in quanto il ricorso non è ammesso.

Scampato il pericolo di un nuovo referendum, nel 1999 il finanziamento pubblico ai partiti è reintrodotto alla grande, sempre però dietro il formale paravento del rimborso per spese elettorali. I fondi diventano ora cinque (Camera, Senato, Parlamento europeo, Consigli regionali, referendum).

Nel prossimo intervento esamineremo in dettaglio l’articolazione e la dotazione finanziaria dei diversi fondi, nonché i meccanismi di erogazione concreta delle somme.

Leonardo Rubino

continua

Finanziamento pubblico dei partiti: II – la seconda Repubblica. Politica / casta, costi & posti – 16.

945273_515860918461475_1010811146_nNel 1974 la legge per il finanziamento pubblico dei partiti era stata presentata all’opinione pubblica come sicuro antidoto al malcostume delle ‘tangenti’: diamo ai partiti un finanziamento alla luce del sole, si disse, perché “non siano indotti in tentazione” e non abbiano a ripetersi fenomeni di corruttela sotterranea e di finanziamenti sottobanco.

A dispetto delle promesse, nel 1988 lo scandalo delle “lenzuola d’oro” vede coinvolto, in tangenti per una consistente fornitura alle Ferrovie dello Stato, il consiglio di amministrazione (di nomina politica, comprendente rappresentanti dei partiti di governo e uno dell’opposizione di sinistra, l’allora Pci).

Si tratta di un’anticipazione del ciclone ‘Tangentopoli’ di qualche anno dopo.

Nel 1992 scoppia ‘Tangentopoli’ ed emerge in tutta la sua drammatica evidenza il rapporto tra i partiti di governo – e qualche satellite dell’opposizione di sinistra – e i grandi centri del potere economico. Il 17 febbraio 1992 viene preso con le mani nel sacco (pieno di soldi) il presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, il socialista Mario Chiesa (quando si dice il caso: proprio i nomi pio e chiesa risultano tutt’uno col fenomeno di corruzione e tangenti). All’inizio il Presidente del Consiglio Bettino Craxi cerca di minimizzare la portata dell’accaduto, appioppando a Mario Chiesa l’appellativo di “mariuolo” (lasciando intendere, isolato).

Che non si tratti di un mariuolo isolato in azione solo per suo tornaconto, ci vuole poco a capirlo: è una pentola a pressione o un vulcano che erutta con incontrollata potenza tutto il marcio fino ad allora celato ai più (ma a tutti noto): un sistema di ‘corruzione ambientale’ (o dazione ambientale) in base al quale non era nemmeno necessario chiedere; chi doveva pagare le tangenti, sapeva da se’ dove e a chi portare il malloppo.

A Milano emerge così la diffusione sistematica di un “rito ambrosiano” di corruzione-concussione-dazione ambientale imperniato su socialisti e democristiani a cui non è estraneo il Pci meneghino.

In questo clima di accentuata sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti dei partiti i radicali ripropongono un nuovo referendum contro il finanziamento pubblico.

Stavolta l’esito è ben diverso: la legge che eroga finanziamenti pubblici ai partiti è abrogata con il voto favorevole del 90,3% dei voti validi.

Qualche anno dopo, nel 1997 il Parlamento approva una legge (la n. 2 del 2 gennaio 1997) volta a regolamentare la “contribuzione volontaria (dei cittadini-contribuenti) ai movimenti o partiti politici”, attraverso la destinazione del quattro per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche. In attesa di conoscere le reali scelte dei contribuenti, i partiti si assegnano per il 1997 un’anticipazione pari a circa 83 milioni di euro. Altri 57 milioni di euro si aggiungono per il 1998.

In ogni caso la contribuzione volontaria dei contribuenti ai partiti resta minima.

I radicali cercano nuovamente di replicare la battaglia, ma il loro ricorso non è accolto.

Leonardo Rubino

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